Il progressive esoterico dei Van Der Graaf Generator
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Van Der Graaf Generator (U.K – 1969)
Per gli amanti delle cose complesse eccovi qui un gruppo progressive di quanto mai difficile ascolto.
I Van Der Graaf Generator non fanno parte dell’olimpo del progressive, in quanto hanno sempre prediletto suoni esoterici ed a tratti cacofonici, lasciando molte volte perdere la linearità delle loro composizioni; questo è stato il loro difetto, ma allo stesso tempo anche la loro migliore peculiarità.
L’esordio “The Aerosol Grey Machine”, a dire il vero, nega decisamente quanto detto da me: il genere proposto è un progressive linearissimo, con canzoni piuttosto brevi e soprattutto dall’ascolto piuttosto immediato. L’album è molto buono, ma generalmente è considerato il meno rappresentativo della band, sia per le differenze che presenta rispetto a quelli che saranno i lavori futuri, sia perché lo si può benissimo considerare come un album solista di quello che è il leader assoluto della band: quel grandissimo cantante/chitarrista che risponde al nome di Peter Hammill, sicuramente uno degli artisti più sottovalutati del rock.
“The Least We Can do Is Wave to Each Other” è il secondo lavoro del grupo, e rappresenta il primo vero cambiamento: già dal titolo si capisce che si tratta di un lavoro di difficilissimo ascolto, con pezzi molto elaborati e spesso disarmonici; il risultato finale è sicuramente molto interessante, ma l’ascolto richiede comunque pazienza.
Nel 1971 la band produsse il suo quarto album: “Pawn Hearts”, giudicato sia dalla critica sia dal pubblico il punto più alto della band. Il disco è sicuramente ottimo, vuole essere la risposta ad “Ummagumma” dei Pink Floyd (infatti era stato originariamente progettato come doppio); qui i richiami alla musica da camera ed al jazz sono continui, e la versatilità di Hammill raggiunge livelli elevatissimi, ma come si può capire anche questo è un lavoro dall’impatto iniziale veramente difficile.
Negli anni successivi il gruppo continua sulla sua stessa personalissima direzione, facendo uscire “Godbluff”, dai ritmi leggermente più intimisti, e “Still Life”, leggermente più energico.
L’ottavo album del gruppo è “The Quiet Zone, The Pleasure Done” del 1977: a mio parere è questo il loro miglior lavoro; i richiami alla musica classica sono più forti che mai e c’è più attenzione alla melodia, la qualità è chiaramente di livello altissimo. Questo fu anche l’ultimo disco da studio della band, che si prese una pausa di 28 (!) anni.
Tornati di recente con “Present”, i Van Der Graaf Generator dimostrano di essere più che vivi: ero molto prevenuto su questa uscita, per cui la sorpresa di trovarmi davanti ad un gran bel disco è stata doppia, ed aumenta ulteriormente con “Trisector” del 2008. Il difetto gigantesco di questi due lavori è quello di essere usciti in un momento storico (i nostri anni) in cui il progressive non ha veramente più senso di esistere, ma i lavori in sé sono parecchio validi, ed è ingiusto che siano passati inosservati.
Vedere un gruppo così vivo dopo quasi 40 anni è davvero un fatto più unico che raro.
