Captain Beefheart, la sua banda magica e l’elogio alla pazzia
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Captain Beefheart And His Magic Band (U.S.A. -1967)
Il passaggio di Don Van Vliet, meglio conosciuto come Captain Beefheart, nel panorama del rock della seconda metà degli anni ’60 potrebbe essere paragonabile ad un ipotetico passaggio di Attila al ballo delle debuttanti di Vienna; gli effetti, in verità, sono stati pressoché nulli, e le influenze che ha lasciato le si trovano solo in casi sporadici, come per esempio nei progetti paralleli di Mike Patton. E’ curioso, però, che in un periodo in cui il rock abbiamo visto essersi messo l’abito bello per apparire credibile e diventare arte, irrompa questo personaggio con la sua musica che definire sperimentale è un eufemismo: forte presenza di blues e continua disarmonia degli strumenti, che spesso lasciano il contesto della canzone e finiscono col seguire una strada tutta loro.
Safe As Milk è l’album di esordio, e già da qui si iniziano a vedere gli elementi precedentemente elencati; il disco è buono, ma è solo una preparazione per quella che sarà la sua opera magna: “Trout Mask Replica” del 1970; questo disco è la perfetta sintesi dell’artista e della sua Magic Band, un gruppo di strumentisti che collaborano con lui (dietro questo progetto non poteva mancare, tra l’altro, la presenza di Frank Zappa). Il risultato è una cozzaglia di rumori assolutamente incompatibili tra di loro, mischiati con continue sperimentazioni musicali, spudoratamente fini a loro stessi; gli argomenti sono trattati in chiave umoristica, a tratti sarcastica, e seguono un percorso completamente avulso dalla musica che li accompagna. Il risultato è semplicemente geniale.
La critica, sorprendentemente, accettò spiritosamente questa provocazione, ed accolse molto positivamente il disco; “Lick My Deals Off Baby” è l’album successivo, e non si scosta molto dal suo predecessore; nonostante i pareri positivi della critica, il pubblico non vide di buon occhio quella che sembrava/era una provocazione dei canoni del rock, e le vendite furono piuttosto scarse; questo probabilmente fece fare un passo indietro al Capitano: gli album che seguono sono decisamente più commerciali, e si limitano ad essere una discreta espressione di quel rock/blues di grande successo negli Stati Uniti; di questo periodo è particolarmente notevole l’album “The Spot Light Mid”.
Questa sua revisione musicale, oltre a non convincere il pubblico, fece perdere quelle che comunque erano le sue peculiarità, e anche l’interesse della critica calò. I suoi ultimi lavori furono un tentativo non ben riuscito di tornare alle origini, proponendo pezzi già scritti durante il periodo di “Trout Mask Replica”. Nonostante un rinnovato interesse della critica, nel 1982, Don Van Vliet abbandonò definitivamente il mondo della musica per intraprendere quello della pittura. Ora è affetto da sclerosi multipla.
Piaccia o non piaccia, Captain Beefheart è stato uno di quei personaggi folkloristici che ogni tanto ci vuole per dare un po’di originalità.
