Il folk rock si espande a macchia d’olio: The Byrds
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The Byrds (U.S.A. – 1965)
Una band che sembrava destinata ad occupare un posto d’onore nella storia del rock, ma ha poi finito col perdersi. Sappiamo benissimo che negli anni ’60 negli Stati Uniti andava come il pane il folk, meglio se con l’aggiunta di un po’di country, dove spesso venivano riprese canzoni popolari e riadattate dal menestrello di turno. Già detto e stradetto che in quel periodo non era possibile fare assolutamente niente senza la benedizione di Bob Dylan, ma è anche vero che gli artisti di successo in quel periodo non furono pochi, né poco meritevoli, anzi.
L’idea dei Byrds era semplicissima, ma geniale: i pezzi popolari che intendevano reinterpretare erano prevalentemente quelli di Bob Dylan, loro quasi contemporaneo, ma già mito; bastava riuscire a dimostrare un po’di personalità, ed il gioco era fatto. Guarda a caso, l’esordio discografico del terzetto è l’album “Mr. Tambourine Man”; appena uscita, la canzone di Dylan era già diventata leggenda; i Byrds ne rifecero una loro versione, nella quale apparvero subito le peculiarità del gruppo: cantato in falsetto da tutti e tre i componenti, chitarra classica come elemento principale e tamburino invece che la batteria a tenere la ritmica. Come si può capire l’album è incentrato sulla title-track, ma sarebbe ingiusto non dire che è un bell’album nella sua interezza, infatti c’è dell’altro: da altre reinterpretazioni di Bob Dylan, a quelle di interpretazioni di altre canzoni popolari, più qualche brano loro originale dal contenuto piuttosto valido.
Il seguente “Turn! Turn! Turn!” ha come pezzo trainante la title-track, forse il loro pezzo più famoso. Lo stile musicale non cambia di una virgola, ed anche in questo caso sono presenti valide rielaborazioni di pezzi di Bob Dylan, e alcune canzoni loro che meritano, se non altro, un’ascoltata.
“Fifth Dimension” è il terzo album: squadra che vince non si tocca, per questo la linea guida seguita rimane quella dei due predecessori; questo disco si segnala per una serie di reinterpretazioni più storiche (“Wild Mountain Trupe” piuttosto che “Hey Joe”) e per una maggior influenza country.
I lavori che seguiranno abbracciano le nuove tendenze più rockeggianti e blueseggianti, ma non c’è molto da segnalare, se non l’album “Ballad of Easy Rider” del 1969, dedicato al mito dei motociclisti americani sempre “on the road”. La discografia del gruppo va avanti fino al 1972, ma le cose rilevanti proposte nell’ultimo periodo sono gli spunti che i lavori propongono per quelli che poi saranno i progetti futuri dei singoli componenti: in particolare, David Crosby andò a formare quel supergruppo chiamato “Crosby, Stills, Nash & Young”, che nonostante i grandissimi successi di pubblico, li vedo (e qui mi prenderò le maledizioni di molti) come un gruppo bravo solo a rielaborare, e in maniera nemmeno molto originale, un genere di culto (grazie anche al loro precedente apporto), m che musicalmente aveva poco di nuovo da esprimere.